Il golf italiano non ha ancora abbastanza
“palline“ per competere con il “pallone”.
Eppure, malgrado il panorama sportivo resti “globalizzato”
dal calcio, si aprono margini per fare del golf una disciplina,
se non proprio popolare, almeno comune. In questa prospettiva
si vanno delineando, nel contempo, importanti occasioni di sviluppo
nel settore del turismo sportivo.
I dati della European Association mettono in rilievo come l’Italia,
ben lontana dalla cifre del Regno Unito, non raggiunga neppure
la metà del numero di giocatori della Spagna, un settimo
rispetto alla Svezia, ma addirittura come il confronto non sia
proponibile neanche con con i paesi dalla tradizione golfistica
“non proprio radicata”.
Il presidente Fossa riceve, dunque, un testimone piuttosto pesante
dal suo predecessore.
Il contesto sul quale occorrerà operare è articolato:
i campi, almeno quelli a vocazione turistica, sembrano aumentare,
non altrettanto il numero dei nuovi giocatori. Si avverte la mancanza
di una sovrastruttura, che sia in grado di superare le politiche
particolaristiche dei circoli già affermati; che promuova
la diffusione di questo gioco, assegnando una strategia unitaria;
che coordini tutti gli operatori del settore, infondendo la convinzione
che rimanere insensibili al problema della accessibilità
alle strutture, renderà vano ogni ulteriore sforzo.
Si avverte, inoltre, una grave inefficienza nel sistema di divulgazione
delle informazioni, che richiede un intervento di risanamento
urgente.
Questi sono i problemi che hanno determinato le contraddizioni
e l’ingessatura del golf italiano.
La politica delle strutture grandiose ed esclusive ha portato
alla costruzione di complessi dai costi di gestione faraonici,
in un contesto in cui il numero di faraoni diminuisce, ma a crescere
è un pubblico dal palato raffinato, che guarda a questo
sport con un entusiasmo senza precedenti. Finora questo entusiasmo
è stato prontamente sfruttato solo dalle agenzie pubblicitarie,
promuovendo attraverso le suggestioni di questo gioco una gamma
di prodotti sempre più vasta.
Adesso l’interesse del pubblico per lo spirito del nostro
sport può e deve essere intercettato più efficacemente
anche dagli operatori del settore. Lo si può fare con la
strategia minimalista dei campi a 3\9 buche, dei percorsi pitch
and putt e dei campi pratica: strumenti assolutamente più
dinamici nel sollecitare l’ingresso di nuovi giocatori,
trattandosi di strutture inclusive anziché esclusive, più
economiche e a misura di principiante, ma nello stesso tempo in
grado di preservare la tradizione, gli elementi essenziali del
gioco e quindi l’etichetta. Si garantirebbe così
uno sviluppo sostenibile del golf.
Occorre peraltro ridefinire i rapporti tra i vecchi clubs e i
nuovi campi pratica: coordinarne le attività ed eliminare
l’attuale conflittualità, magari inducendo i circoli
alle “gestioni decentrate” di propri campi pratica
nelle periferie e nelle città. In questo modo profitterebbero
direttamente dei vantaggi connessi alla gestione di queste strutture,
e costituirebbero nel contempo un punto di riferimento per l’attività
agonistica dei nuovi soci.
Il turismo, infine, può essere figurato come la seconda
gamba sulla quale far correre il golf: i circuiti verdi e il turismo
sono due elementi capaci di svilupparsi in reciproca progressione,
in grado di determinare il turismo di qualità che si addice
ai nostri paesaggi ancora suggestivi, alla nostra tradizione enogastronomica,
alle ricchezze artistiche e storiche dei nostri comuni. Sarà
ancora una volta decisiva la scelta degli strumenti con i quali
operare. Le strutture alberghiere sono una sorgente di ricchezza
diffusa e sempre rinnovabile, creano posti di lavoro e un rilevante
indotto economico; non sembrerebbe esserci un congegno più
razionale per lo sfruttamento turistico delle nostre risorse naturali.
Non incontra altrettanto entusiasmo lo sfruttamento una tantum,
che ruota attorno al business delle seconde case, e incide definitivamente
proprio sulla risorsa che determina il successo di queste iniziative:
la natura intatta e incontaminata. Di tutto questo hanno cognizione
sia i tour operators, sia gli operatori nel settore del golf,
sia le istituzioni pubbliche.
A chi spetta, dunque, avviare il circolo virtuoso?