TIRO CON IL FERRO ZEN...

Questo titolo mi ronza nella testa da molti giorni, o forse, essendo più onesti, da diverse settimane. Perché? Può darsi che inconsciamente io mi rifaccia ad un vecchio titolo “Lo zen e il tiro con l’arco” di Eugen Herrigel. Sono sicura che molti di voi conoscono questo piccolo libro (solo 100 pagine) in cui ci parla un giovane professore di filosofia ad Heidelberg che fu invitato, a soli 30 anni nel 1924, a tenere dei corsi di filosofia presso la imperiale università di Sendia in Giappone.
Tornato dopo diversi anni in Europa, pubblica nel 1948 le sue esperienze circa lo sport del tiro con l’arco.. Sono passati ormai quasi 60 anni ma io credo che tale volumetto sia sempre moderno ed attuale.
Devo fornire una informazione che molti di voi potrebbero non sapere: in Giappone lo sport nazionale a cui aspirano i più è: nientepopodimeno che….il golf. Perché tra i tanti divertimenti di noi del far west (ebbene è proprio così che mi sono sentita chiamare da una mia amica durante un soggiorno tra i fratelli del sol levante) quello che loro prediligono è proprio questo rituale del cogliere una pallina con un certo attrezzo e mandarla in un preciso e determinato punto. Quale è la motivazione? Come si addice alla loro personalità così criptica e astrusa, incomprensibile alla nostra osservazione?

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putter golf

Sono circa 40 anni che sto in contatto con questa civiltà e con molta attenzione e modestia ho cercato di esperire un mio studio sulla loro personalità di base,sui loro atteggiamenti nei riguardi della maniera in cui affrontano la vita
Per quanto sembri strano, sono molto simili a noi, alla nostra cultura, intendo dire. Provengono da una fusione di molte razze, dall’incontro di più filosofie e religioni. Anche se per secoli il Giappone si è chiuso nelle sue circa 2000 isole il progresso, la comunicazione, l’informazione, i modelli catapultati dai mass media tutto, insomma ha contribuito al grande cambiamento in tempi esponenziali. Ebbi la grande fortuna di atterrare in quel Paese nel lontano 1966 e vi assicuro che io e mio marito, allora in viaggio di nozze, eravamo osservati a mo’ di marziani che arrivavano da un posto lontanissimo. Ci chiedevano se fossimo francesi (forse perché i gallici grazie al giro del mondo in 80 giorni di Verne erano più famosi di noi?) ma sono grata all’osservazione di questo popolo tanto atipico per l’apertura mentale che mi ha dato. Riescono a far convivere un Giappone arcaico, portatore di antiche e preziose tradizione con un pianeta supermoderno aperto a ogni novità, che corre velocemente nel futuro, anticipandone i tempi.
Dunque, torniamo al concetto di zen e tiro con l’arco, perché questo è il tema che mi si offre molto somigliante con il golf. In molti paesi dell’oriente gli sport non perseguono un fine pratico e non cercano un piacere estetico ma costituiscono un “tirocinio della coscienza e devono servire ad avvicinarla alla realtà ultima. Così il tiro con l’arco non viene esercitato solo per colpire il bersaglio, la spada non s’impugna per abbattere l’avversario, il danzatore non danza soltanto per eseguir certi movimenti ritmici del corpo, ma anzitutto perché la coscienza si accordi armoniosamente con l’inconscio”
Personalmente non posso non pensare al tiro nel golf. La tecnica va presto superata cosicchè l’appreso diventi “un’arte inappresa” che sorge direttamente dall’inconscio. Nel caso del tiro con l’arco il tiratore e il bersaglio non sono più due cose contrapposte ma danno vita ad una sola realtà. L’arciere e il bersaglio sono un’inconsapevole armonia. L’uno esiste fermo nel tempo/spazio e l’altro vi tende con il distacco dal sé, .con la perfezione del gesto. E’ una cosa diversa dalla perfezione, dall’intuizione, contiene una certa saggezza trascendentale, un percepito del tutto e niente, si realizza il “satori” che è in termini psicologici “un oltre” i confini dell’io. Si entra nello zen. Zen non è una religione. Zen è piuttosto una filosofia che ben si adatta a tutti i tempi e luoghi. Lo zen secondo Matsu ,un antico maestro morto nel 788 d.C., è “la coscienza quotidiana” cioè non è altro che “dormire quando si è stanchi e mangiare quando si ha fame”.

Nel “tiro” il nostro uomo entra in un atteggiamento spirituale, in effetti per pochi istanti lui si distacca da ogni cosa terrena, entra in contatto con il sé profondo, con il noto o l’ignoto, agisce una conoscenza arcaica, manifesta i tratti dell’uomo sacerdotale. Entra nel cammino del gesto puro, della volontà più elevata. Il suo è un esercizio mistico, perché varca la misterica perfezione, è pronto per la “via verso una meta”, non la meta stessa. Allora il nostro atleta è in sintonia con il suo fine ultimo e quando esegue il movimento di backswing, quando guarda in tralice sopra la spalla sinistra la pallina sul tee, quando scandisce nel suo io profondo il giusto timing, e scende, raccoglie e lancia che altro fa se non entrare nel magico satori?
Vi assicuro che le due discipline si confondono, quando si parla dell’una si pensa anche all’altra perché mille nessi le collegano inscindibilmente e non posso fare a meno di comprendere sempre più perché il golf sia lo sport nazionale del popolo giapponese. Loro sono riusciti a carpirne la parte più spirituale e profonda. Noi con il nostro vecchio razionalismo cartesiano “cogito ergo sum” ancora non siamo pronti ad uscire dal dualismo occidentale ma, chissà, oggi forse in qualcuno di voi sta sorgendo qualche piccolo dubbio?
In me sicuramente il tarlo della diatriba ancestrale vero-falso sta vorticosamente danzando, forse è meglio che me ne distacchi con un profondo respiro cercando quella dimensione che alcuni chiamano “satori”? Chissà! Lo spero.

Autore: Guido Caneo
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